Requiem per le biblioteche?
Sul quotidiano «il manifesto» di sabato 23 aprile 2011 Antonella Agnoli ha pubblicato un articolo significativamente intitolato Biblioteche de profundis? (i titolisti de «il manifesto» sono famosi per i loro titoli, dei veri e propri capolavori di sintesi). Antonella Agnoli è nota anche ad Avellino, dove fu ospitata il 5 luglio del 2010, per iniziativa dell'Archivio storico della CGIL e del quotidiano locale «Ottopagine», per la presentazione del suo volume Le piazze del sapere. L'incipit dell'articolo di Agnoli (che a sua volta cita il giornalista del «Financial Times» Christopher Caldwell) è da brivido: «Ci è voluto un cinico giornalista del "Financial Times" per scrivere nero su bianco quello che tutti pensano ma si guardano bene dal dire in pubblico: le biblioteche sono destinate a morire». Segue una serie di dati che si riferiscono al Regno Unito («quattrocento biblioteche in meno» a causa dei tagli del governo conservatore) e agli Stati Uniti d'America («il 15 per cento delle biblioteche americane negli ultimi mesi ha ridotto l'orario di apertura, le altre cercano disperatamente aiuti privati per farlo»). Tuttavia, in controtendenza è lo Stato della Pennsylvania, dove il Public Library Subsidy del 2012 sarà della stessa entità di quello del 2011, 53,5 milioni di dollari (ma il governatore repubblicano ha tagliato università, trasporti pubblici e difesa dell'ambiente: avrà forse un passato da bibliotecario cui è affezionato...). Agnoli non parla, in quest'articolo (lo ha fatto in altre occasioni, su «il manifesto» e altrove), della situazione italiana, che certo non è migliore (per usare un eufemismo). L'indagine di Biblioteche de profundis?, così come dell'articolo di Christopher Caldwell (It is the fate of libraries to die, «Financial Times» del 15 aprile 2011), si svolge infatti sui temi purtroppo ormai consueti imposti dalla crisi (questo Leviatano che condurrà alla morte non solo le biblioteche), ma anche di altro genere. Viene cioè citato l'argomento che sta, più o meno dichiaratamente, alla base delle scelte dei governi: «le biblioteche devono competere con servizi sanitari sempre più costosi e con un sistema pensionistico squilibrato per ragioni demografiche (in futuro ci saranno più pensionati che lavoratori attivi)». Se perciò c'è da scegliere dove intervenire con i tagli, tra biblioteche, ospedali e trasporti, normalmente si sa dove si va a finire. Le biblioteche sono vulnerabili perché servono di solito una minoranza della popolazione; in particolare, in Inghilterra vengono frequentate da circa un terzo dei cittadini, mentre in America il 58% degli adulti sostiene di avere la tessera della biblioteca, anche se questo non significa necessariamente che poi frequentino davvero la biblioteca.
Un altro aspetto interessante riguarda il ruolo delle biblioteche nella moderna società in cui "imperversano" i tanti strumenti tecnologici che pretendono di essere autosufficienti. Scrive ancora Agnoli: «Implicita in questa discussione, ma mai affrontata è la questione di un'altra fase di transizione che le biblioteche hanno estrema difficoltà a gestire. Si tratta della fase iniziata alla fine del ventesimo secolo con la prepotente affermazione delle tecnologie di comunicazione individualizzate. Il computer portatile, il telefonino, ora l'iPad non potevano che generare la sensazione che la fase in cui le biblioteche facevano da ponte fra la cultura accumulata nei secoli e il singolo utente fosse finita ... I bibliotecari sostengono che le biblioteche sono un servizio necessario per la comunità e nessuno studioso serio lo nega ma i politici, almeno in questi anni tristi, sono indifferenti a ogni ragionamento che vada al di là della prossima scadenza elettorale. Se proprio devono pensarci, diranno che nell'era degli smart phone, del Kindle e dell'iPAd nessuno ha veramente bisogno della biblioteca ... Non ci sono buoni argomenti che possano convincere cattivi politici a fare ciò che dovrebbero, ma i cittadini hanno varie buone ragioni per mobilitarsi in difesa delle biblioteche, a cominciare proprio da quei grandi utilizzatori di smart phone, di Kindle e di iPad che sono gli studenti universitari. Un rapporto di qualche anno fa sulla loro capacità di fare ricerche su internet finalizzate allo studio e non all'intrattenimento dava risultati poco entusiasmanti: solo il 52% era in grado di valutare correttamente l'obiettività di un sito web, solo il 65% il suo grado di autorevolezza. In altre parole, moltissimi giovani, forse la maggioranza, non sono in grado di distinguere il valore dei materiali di Wikipedia da quello delle pubblicazioni dell'università di Harvard, né sono capaci di trovare ciò che è utile per capire situazioni complesse o problemi politici con i quali non hanno familiarità. Questo significa che, in assenza di ambienti culturali collettivi che offrano aiuto e guida, le straordinarie possibilità offerte dalla rete resteranno delle possibilità, quando non aggraveranno la confusione per l'eccesso di stimoli non filtrati. I gadget elettronici non sono un sostituto né della scuola né della biblioteca».
Dal nostro punto di osservazione, non possiamo non condividere l'analisi di Antonella Agnoli che, per quanto spietata, descrive la situazione com'è realmente. Quindi, un complesso di situazioni, di cui la famigerata crisi è solo uno degli aspetti, nemmeno il più grave, sta alla base di questa fosca previsione sul futuro delle biblioteche. Ma poi, quando dovesse esser costretta a chiudere una biblioteca, che cosa succederebbe in realtà? Ovvero, che fine farebbero i suoi documenti? Che fine farebbe il personale? Che fine farebbero le iniziative ancora in corso? Non per parlare sempre di noi, ma se pensiamo che la Biblioteca di Montevergine potrebbe chiudere dall'oggi al domani (perché poi è sempre con una tempistica non prevedibile e non programmata che accadono questi eventi traumatici), quale potrebbe essere lo scenario che si presenterebbe agli occhi non solo della non ristretta cerchia dei bibliotecari e degli utenti, ma di un'intera, più o meno estesa, comunità? I circa 100 utenti che nel corso del 2010 hanno effettuato richieste di prestito interbibliotecario presso di noi dovrebbero porsi il problema di recarsi altrove. Ci sarebbe la questione di recuperare i circa 200 prestiti di materiale locale attualmente in corso, e gli utenti dei 1000 prestiti del 2010 dovrebbero recuperare quei libri in altro modo. Bisognerebbe smontare le due mostre che si sono allestite per il 150° dell'Unità d'Italia e ricollocare al loro posto i documenti. Bisognerebbe disdire le prenotazioni delle visite guidate a queste mostre e alla biblioteca. Bisognerebbe lasciare incompiuta la catalogazione, sia del fondo moderno (attualmente sono circa 40.000 le notizie riversate nell'Opac), sia del fondo antico (innanzitutto la raccolta di più di 1300 edizioni del XVI secolo). E paradossalmente, bisognerebbe che la biblioteca rinunziasse a partecipare il prossimo 9 maggio al Forum sulla Pubblica Amministrazione che si svolgerà a Roma, durante il quale saranno premiate le amministrazioni che hanno partecipato alla III edizione del Premio Qualità PPAA (la Biblioteca di Montevergine potrebbe essere tra queste, avendo partecipato all'edizione 2010 del Premio ed essendo stata selezionata tra le 40 finaliste ed avendo ricevuto la visita sul posto da parte del Gruppo dei valutatori, dai quali è ancora in attesa di conoscerne l'esito). Infine, che fine farebbe il personale? Sarebbe smistato tra i vari uffici del MiBAC della provincia, ma un'altra biblioteca non c'è, o sarebbe trasferito altrove in regione (sarebbe bello andare a lavorare alla Nazionale di Napoli, ma stiamo parlando di personale che ha superato i cinquant'anni d'età e non è lontano dalla pensione...). Dando per scontato che i politici hanno le loro responsabilità, forse il "disegno" (se esiste un disegno) dell'attuale classe politica italiana è sì quello di smantellare anche la rete delle biblioteche (dopo la scuola e i servizi pubblici), ma di farlo in maniera più sottile, attendere cioè che il personale in servizio vada in pensione (o muoia), poi chiudere la biblioteca "temporaneamente", in attesa di tempi migliori, ma si sa che quando una biblioteca chiude, è (come recita la pubblicità del diamante) per sempre.