Le cinquecentine della Biblioteca di Montevergine
Della dott.ssa Maria Giammarino, per un non breve periodo apprezzata stagista presso la Biblioteca Statale di Montevergine, abbiamo già ospitato un interessante intervento sulle problematiche connesse alla (buona) conservazione dei libri nelle biblioteche. Questo è stato anche l'argomento della sua tesi di laurea, dalla quale quello che segue è un estratto da lei stessa realizzato; volentieri lo pubblichiamo, correndandolo di alcune foto che testimoniano i danni più frequenti che si riscontrano soprattutto nei fondi librari antichi. Avvertiamo tuttavia che la Biblioteca di Montevergine, compatibilmente con gli stanziamenti che riceve dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, attua normalmente un programma di restauro dei suoi volumi, avendo in costante aggiornamento il monitoraggio dello stato di conservazione, cui ha offerto un valido contributo la stessa tesi di laurea della dott.ssa Giammarino.
Le cinquecentine della Biblioteca di Montevergine: malattie e cure
(di Maria Giammarino)
Da sempre ho avuto una grande passione per i libri, importanti alleati nella formazione culturale ed umana di ciascun individuo. Questo interesse mi ha portato ad intraprendere, una volta terminato il liceo, il corso di studi in Conservazione dei Beni Culturali, indirizzando le mie attitudini nel campo del restauro dei materiali librari. L'affascinante mondo del libro antico è stato oggetto della mia tesi di laurea riguardante, nello specifico, l'analisi dello stato di conservazione del fondo dei libri del XVI secolo della Biblioteca di Montevergine, presso la quale, attualmente, a completamento di un master post lauream, sto collaborando come stagista.
Il lavoro è stato articolato in tre parti:
- verifica delle condizioni ambientali del luogo di conservazione;
- rilevazione dei danni presenti nei libri e delineazione degli opportuni interventi di restauro;
- presentazione di diverse schede di restauro supportate da una documentazione fotografica.
L'analisi diagnostica è stata rivolta principalmente alle cinquecentine che non hanno subìto fino ad ora interventi di restauro. Varie le tipologie di danno riscontrate, di natura diversa (chimico-fisica, meccanica, biologica) a seconda dei materiali.
Nella maggior parte delle cinquecentine il supporto scrittorio è la carta. La degradazione chimico-fisica della carta è dovuta a fattori ambientali (temperatura, luce, umidità relativa) o a fattori interni quali impurità, inchiostri acidi o metallici, processo di fabbricazione.
La carta è costituita prevalentemente di cellulosa, ma possono essere presenti anche altri elementi come i collanti (che la rendono più idrofoba), le sostanze di carica (che danno opacità e consistenza al foglio), e alcuni tipi di coloranti. Le componenti acide che talvolta sono presenti in queste sostanze provocano la depolimerizzazione della cellulosa per idrolisi acida.
Il fenomeno dell'idrolisi interessa un cospicuo numero di cinquecentine facilmente individuabile dalla perdita di resistenza meccanica del supporto, dall'odore pungente ed acre che si avverte sfogliandole, dall'imbrunimento dei fogli e dalle perforazioni su di essi prodotte dalle mediazioni grafiche.Il metodo scientifico per rilevare il fenomeno, però, consiste nella misurazione del pH della carta. Il pH (abbreviazione di potenziale Hidrogenium) è la notazione con la quale in chimica si esprime l'acidità o la basicità di una soluzione. Nella reazione idrolitica entrano in gioco forze di attrazione (ioni positivi e negativi) in grado di formare acidi o basi ( forti o deboli) a seconda degli elementi disciolti. Immergendo, infatti, in una soluzione nella quale sta avvenendo la reazione, cartine indicatrici o gli elettrodi del pHmetro (piaccametro) si legge, dal colore delle cartine o sull'apposito indicatore di lettura del pHmetro (anche fino alla seconda cifra decimale), il valore del pH.
Ora, dal momento che la carta non è liquida, per misurare il valore del pH bisogna ricorrere a una di queste due procedure:
- far macerare la carta in acqua per ottenere un estratto acquoso;
- inumidire la superficie del foglio sottoposto all'esame;
nel secondo caso si ricorre ad un piaccametro che ha almeno un elettrodo a bulbo appiattito.
Dato che il valore del pH dell'acqua purissima è uguale a 7 (soluzione neutra), sono considerate soluzioni acide quelle il cui valore va da 0 a 6 e soluzioni basiche o alcaline quelle il cui valore va da 8 a 14. Per porre fine al nocivo processo della degradazione acida della cellulosa e per preservare la carta da attacchi futuri non vi è altra strada soluzione che la deacidificazione, processo consistente in un doppio lavaggio dei fogli. Il primo in acqua deionizzata, a temperatura consigliata intorno ai 40°C, durante il quale la carta scarica l'acidità solubile, il secondo, poi, sempre in acqua deionizzata nella quale siano state sciolte soluzioni non solo deacidificanti, ma che siano in grado di "vestire" con il loro potenziale alcalino, le fibre della cellulosa neutralizzando così l'azione dei radicali acidi. Tra i tanti prodotti adatti allo scopo viene oggi largamente usato l'idrossido di calcio semi-saturo, preferito al bicarbonato di calcio per la sua maggiore stabilità, per le modalità di preparazione più semplici e per i costi più mantenuti. Questi interventi prevedono operazioni di verifica del fissaggio di colori ed inchiostri, di combinazioni chimiche appropriate, di perizia tecnica del restauratore posto dinanzi ad uno specifico volume da curare.
Le singole carte si metteranno poi ad asciugare su stenditoi e in ambienti aerati.
Nel caso in cui i supporti risultino particolarmente suscettibili alle miscele acquose oppure qualora risulti opportuno intervenire su carte legate, si ricorre alla deacidificazione gassosa eseguita con idrossido di bario, acetato di magnesio e soprattutto "Wei T'o", sigla che indica un composto alcolico a base di metassi-metil-magnesio carbonato.
Operazione succedanea al lavaggio e alla deacidificazione è la ricollatura, necessaria per rinforzare le carte e restituire loro la collatura che hanno perso durante l'immersione in acqua.
Viene eseguita passando sulla carta ancora umida, ben distesa sulla carta assorbente, un sottile strato di Tylose MH 300P. La colla deve essere ben distribuita così da evitare la formazione di macchie giallastre visibili quando la carta è asciutta.![]()
Per la collatura si prepara una soluzione di 2 gr. circa di Tylose in 100 cc di acqua demineralizzata: oggi è preferito al Glutofix 600, altro adesivo a base di metilcellulosa assai in uso in passato. Ad operazione ultimata la carta non deve aver perso la porosità originale, deve riacquisire la propria naturale consistenza, senza risultare eccessivamente rigida.
Spesso correlata all'idrolisi è l'ossidazione. In natura, anche senza l'aiuto dell'acqua, avvengono scambi di elettroni tra elementi chimici diversi: la sostanza che cede si ossida, quella che riceve si riduce e le reazioni si chiamano reazioni di ossido-riduzione. Nel nostro caso è principalmente l'ossigeno al centro della reazione; infatti l'ossigeno nella sua forma atomica è fortemente instabile, in grado, quindi, di reagire con altre sostanze: quelle presenti nell'atmosfera, nelle molecole delle sostanze di carica o di sbiancamento della pasta, nei metalli presenti nell'impasto, negli inchiostri, nei colori, nelle colle ecc.
Da ciò ne deriva che la carta, attraverso queste reazioni, modifica la sua struttura originaria con processi di sbiancamento o, soprattutto, di imbrunimento ma sempre degradanti e con rendimento sempre meno resistente.
L'ossidazione produce generalmente acidi che a loro volta catalizzano la reazione idrolitica della cellulosa; non è scevra di colpe la luce (naturale o artificiale) che accelera questi processi di ossidazione e quindi scissione delle fibre (fotossidazione e fotolisi).
Alcuni ricercatori fanno risalire al processo ossidativo il fenomeno detto foxing di cui troviamo traccia nella maggior parte delle cinquecentine, recanti sui fogli una serie di piccole macchie, di colore ruggine. Sul foxing esistono anche altre ipotesi, come quella secondo cui si svilupperebbe su supporti cartacei contenenti residui di ferro in concomitanza con attacchi micotici.
Il trattamento più idoneo a tamponare tale fenomeno di deterioramento consiste nel lavaggio/deacidificazione dei supporti interessati. L'interevento blocca il degrado in atto e le macchie risultano attenuate.
Quando né il lavaggio, né la deacidificazione riescono ad incidere sensibilmente sulla colorazione assunta dalle carte, sia a causa dell'imbrunimento, sia a causa del foxing (o per la presenza di macchie che impediscono la fruizione delle mediazioni grafiche), si ricorre allo sbiancamento.
Gli sbiancamenti sono effettuati con ipoclorito di sodio e con acqua ossigenata; entrambe le sostanze vanno usate con molta prudenza poiché possono innescare un'azione degradante nei confronti della cellulosa, in quanto ossidanti.
Accanto all'idrolisi acida e all'ossidazione, le cinquecentine della Biblioteca mostrano nelle carte e nelle legature un deterioramento causato da agenti microbici che ne hanno determinato alterazioni cromatiche, strutturali e degradazione dei componenti additivi essenziali.
Le alterazioni cromatiche sono causate dai pigmenti batterici e fungini e/o dalle ife e spore pigmentate. Le macchie presenti sulle cinquecentine hanno caratteristiche molto varie per quanto riguarda sia il colore (ne osserviamo di gialle, rosse, verdi, viola e nere) sia le dimensioni e la forma. Alcune sono isolate, puntiformi, altre sono di media grandezza con un nucleo più scuro rispetto all'alone circostante, altre ancora hanno forma irregolare e ricoprono ampie superfici delle pagine.
Singolare è il fatto che questi microrganismi attaccano e germinano soprattutto sulle parti estreme del libro (piatto, dorso, taglio superiore, prime e ultime pagine); ciò è facilmente intuibile per il fatto che queste parti del libro, proprio perché più marginali, sono le prime ad entrare in equilibrio con l'ambiente - soprattutto se umido - e, di più in quelle zone è comprensibile ci sia più ossigeno e quindi migliori condizioni per l'attecchimento delle spore microbiche.
In seguito alla produzione, da parte dei microrganismi, di enzimi (quali amilasi, cellulasi, proteasi), i libri hanno subito modificazioni strutturali più o meno importanti. Le carte hanno assunto un aspetto feltroso, sono divenute fragili e in talune parti si è giunti alla loro distruzione.
Non meno gravi i danni arrecati dagli insetti. Particolarmente frequente la presenza di anobidi e dermestidi appartenenti all'ordine dei coleotteri. I primi hanno attaccato carta, spago, tela scavando gallerie tortuose che si estendono dai margini verso il centro; i secondi si sono cibati di pelle e pergamena provocando su di esse fori di sfarfallamento aventi un diametro di 3-4 mm e contenenti escrementi polverulenti.Altri ospiti, non graditi, della biblioteca sono i lepismatidi e le blatte.
I libri attaccati da lepismatidi hanno subìto erosioni superficiali a contorno irregolare con sporadici sforacchiamenti delle carte o completa distruzione dei cartellini collanti.
Irregolari, ma di dimensioni maggiori, sono anche le erosioni delle blatte che, su diversi fogli e coperte, hanno depositato le loro caratteristiche macchie nere a forma di virgola.
Rinvenuta in un minimo numero di cinquecentine la presenza di danni da termiti, ree di camminamenti a mo' di tubi costruiti con materiale masticato.
La contaminazione biologica rende necessaria l'attuazione delle operazioni di disinfezione e disinfestazione.
Fino a pochi anni fa la lotta agli insetti era basata sull'uso di gas inquinanti e tossici per l'uomo, per l'ambiente e per il materiale trattato. Il bromuro di metile, la formaldeide e in particolare l'ossido di etilene, efficace sia nei confronti delle infezioni che delle infestazioni, sono stati i metodi di lotta più utilizzati; i trattamenti erano eseguiti in un ambiente confinato o in un autoclave da personale specializzato, seguendo misure precauzionali severe.
La ricerca di trattamenti innocui ha portato a sperimentare nella conservazione del materiale librario metodologie utilizzate dall'industria per la conservazione delle derrate alimentari, basate su una modifica artificiale delle proporzioni dei gas dell'aria in un ambiente confinato. Nell'aria che respiriamo si trova una miscela gassosa costituita da azoto (circa il 78%), ossigeno (quasi il 21%), argo (circa l'1%), anidride carbonica, impurità e gas rari in percentuali decrescenti. I trattamenti possono essere fatti in autoclave o in involucri sigillati costituiti da "film barriera" impermeabili all'ossigeno e al vapore d'acqua nei quali l'ossigeno viene sostituito quasi totalmente dall'azoto o dall'anidride carbonica, il che provoca la morte degli insetti ad ogni stadio di sviluppo.
Il sistema presenta numerosi vantaggi: efficacia al 100%; innocuità per l'uomo, l'ambiente e i materiali sottoposti al trattamento i quali, dopo tre settimane, possono essere ricollocati sui palchetti senza alcuna precauzione; il trattamento può inoltre essere eseguito in loco, anche dal personale interno, con un cospicuo contenimento dei costi.
Sui libri e nella sala non sono state rilevate tracce di roditori quindi, non si parlerà di derattizzazione.
Una volta concluse la disinfezione e la disinfestazione bisogna provvedere al restauro delle carte e delle legature che hanno subìto l'attacco biologico.
Vista la presenza di muffe diffuse può essere prescritto un lavaggio preliminare con soluzione idroalcolica, generalmente 50% di alcool puro e 50% di acqua deionizzata.
Per le carte molto fragili e feltrose la cui manipolazione rischia di provocare il distacco di intere porzioni di esse, diventa indispensabile operare delle velature di rinforzo. La velatura è un'operazione di consolidamento e rinforzo del supporto, consistente nell'uso di un velo giapponese sottile e trasparente applicato con adesivo in soluzione acquosa (velatura a umido).
La velatura può essere parziale, totale e doppia, cioè su entrambe le facciate della carta. Le metodologie di esecuzione possono essere diverse. La più corrente vede l'applicazione del velo giapponese sul supporto già collato, passaggio di pennello umido per la fuoriuscita di eventuali bolle d'aria e la perfetta adesione dei due supporti.
Qualora il supporto presenti inchiostri solubili in acqua o sia estremamente fragile, si dovrà prediligere la velatura a caldo. Un velo precollato con Paraloid B72 resina acrilica polimerica termofusibile, viene fatto aderire alle carte ponendole sotto pressa a 70 atmosfere e a 70°C per 60 secondi.
Prima della velatura devono essere eseguite le operazioni di risarcimento, vale a dire la reintegrazione delle lacune e la stuccatura dei fori causati da insetti.
I fori si colmeranno mediante l'apposizione di impasto di fibre di carta giapponese e adesivo. Ad operazione ultimata la pasta deve essere livellata con una leggera pressione esercitata con stecca d'osso.
Per riparare una lacuna le tecniche esecutive sono sostanzialmente due:
- per sovrapposizione: la carta giapponese, apposta sulla lacuna, deve essere scarnita, mediante bisturi o altro utensile fornito di lama, lungo i margini della stessa, successivamente deve essere apposto adesivo lungo il perimetro della lacuna risarcita;
- per incastro: il profilo della lacuna da risarcire viene segnato con un punteruolo, quindi si strappa la carta giapponese in corrispondenza del profilo tracciato, si sovrappone tale sagoma sulla lacuna, incollando accuratamente lungo il perimetro le fibre lunghe marginali della carta giapponese con adesivo, e si fa aderire con stecca d'osso.
In ambedue i casi il risultato dell'operazione migliora rinforzando il lato opposto a quello di applicazione della toppa con un velo di carta giapponese che sostenga ed uniformi il restauro.
Il rattoppo può essere singolo o doppio: nel primo caso si ottiene mediante l' apposizione di una sola carta giapponese e velo, nel secondo tramite due carte giapponesi poste a sandwich.
Nella fase di risarcimento è compresa l'operazione di sutura degli strappi.
La tecnica fiorentina prevede il ricongiungimento dei labbri, l'applicazione, mediante adesivo, di piccole strisce di velo giapponese e successivamente l'eliminazione della parte eccedente con l'ausilio del bisturi. Se i labbri degli strappi tendono a divaricarsi, dopo averli umidificati, si procederà al loro ricongiungimento con l'ausilio di piccoli pesi i quali, sistemati sull'area restaurata, limiteranno le contrazioni determinate dall'asciugatura.
A queste operazioni seguirà la fase della rifilatura, nella quale si elimineranno le parti di carta giapponese eccedenti i tagli di testa, di piede e davanti; per la rifilatura si impiegano forbici per le superfici ridotte, taglia balsa e riga metallica per superfici estese.
Per il completo ripristino della funzionalità delle carte, occorre realizzare l'imbrachettatura consistente nel ricongiungimento e/o nel rinforzo dei fogli lungo la linea di piegatura (brachette di congiunzione e di rinforzo alla piega). Per questa operazione dovrà essere utilizzata carta giapponese a fibra lunga, sottile e robusta al tempo stesso, poiché dovrà assorbire la tensione e l'attrito del filo di cucitura senza lacerarsi ed evitare altresì traumi al foglio originale.
Si tagliano strisce di lunghezza uguale a quella dei fascicoli larghi circa 1-2 cm, su uno dei margini si distribuisce, quindi, per 4-5 mm, l'adesivo e si fissano le brachette ai singoli fogli. È necessario ripiegare subito il bifolio imbrachettato lungo la linea di piega, per verificare la correttezza dell'operazione ed agevolare il raggiungimento dell'assetto definitivo.
Dal momento che in alcune carte delle cinquecentine il testo occupa aree prossime al margine interno, si manifesta l'esigenza di allungare la brachetta di qualche centimetro rispetto al margine interno.
Un'ulteriore necessità di prolungamento si verifica nei volumi composti da fascicoli di diverso formato, i quali richiedono l'allineamento sui tagli di testa e di piede per equilibrare le diverse tensioni cui di norma sono sottoposti i libri. Denominate brachette di prolungamento la loro lunghezza varia in relazione alle esigenze dei singoli casi; tuttavia è necessario anche tener conto delle piccole differenze che intercorrono tra i bifoli di uno stesso fascicolo.
Esiste, inoltre, un'altra imbrachettatura, quella di compensazione; essa è usata per compensare lo spessore che la stessa brachetta determina sull'originale.
Terminate le fasi di risarcimento delle lacune e di rinforzo, si procede allo spianamento delle carte, operazione che deve essere condotta seguendo numerose cautele, perché una pressione mal esercitata può causare danni irreparabili al supporto.
Si consiglia, perciò, di effettuare, nei limiti del possibile, lo spianamento delle carte ponendo sopra un'asse lignea un cartone, su di esso un numero di carte variabile, un altro cartone e così via fino all'esaurimento delle carte. Si appoggia, quindi, sull'ultimo cartone un'asse lignea, sulla quale è opportuno mettere alcuni pesi ben distribuiti.
L'utilizzo della pressa deve sempre essere molto limitato: è preferibile la pressa manuale a colpo rispetto a quella oleodinamica, la quale, comunque, deve essere adoperata a pressioni molto basse.
Particolare attenzione deve essere prestata alle carte che presentino sigilli, caratteri in rilievo, ecc.; in questi casi è opportuno interporre tra i cartoni e le carte da spianare alcuni fogli di carta assorbente o gommapiuma al di sotto e al di sopra delle carte.
Come le carte, anche il materiale membranaceo di cui sono costituite quasi tutte le coperte delle cinquecentine, necessita di "riparazioni".
Il risarcimento delle lacune nelle coperte avviene generalmente con lo stesso materiale, utilizzando pellicola estratta da una pergamena di nuova manifattura adesa con Tylose MH 300P addizionato con una piccola percentuale di Vinavil 59, mentre le lacune dei fogli vengono reintegrate con carta giapponese adeguata allo spessore e alle diverse colorazioni dei lati pelo e carne della pergamena.
Per molte coperte urge l'operazione di ammorbidimento in quanto hanno perso la loro originaria flessibilità.
Per idratare una pergamena la si deve introdurre in un ambiente confinato ad umidità regolabile come la cella umidificante, oppure utilizzare un materiale, il Goretex ad esempio, che lasci passare l'acqua solo allo stato di vapore. Dopo l'umidificazione si deve passare allo spianamento della pergamena tenendola su un telaio in legno mediante pinzette ed elastici, dove rimarrà in posizione fino a completa asciugatura.
Su alcune coperte e carte, sono evidenti deiezioni di insetti che vengono rimossi attraverso la pulitura a secco, da affrontare prima di qualunque operazione, in particolar modo quelle per via umida, e qualora ci si trovi in presenza di polvere, sporcizia, incrostazioni, ecc.
La pulitura a secco può essere eseguita con pennellesse, gomme, spugne di daino pressato, polvere di gomma stesa con movimenti rotatori della mano, ma anche aspiratori. Ogni tecnica adottata va calibrata sull'opera, della quale diventa indispensabile conoscere in anticipo le caratteristiche di manifattura.
Per quanto concerne le altre componenti della legatura alcuni libri mostrano cuffie e cerniere fessurate, capitelli spezzati, cuciture allentate e talvolta inesistenti.Per diversi volumi si richiede una nuova cucitura su nervi singoli. Il procedimento da seguire è il seguente:
- fissare al telaio i nervi ben tesi e regolarmente distanziati tra loro;
- praticare con l'ago, dall'esterno del fascicolo verso l'interno, un foro ad una distanza di 1,5-2 centimetri dalla testa del fascicolo;
- giunti in corrispondenza del primo nervo uscire con l'ago all'esterno ed effettuare un giro intorno al nervo, quindi rientrare nel foro praticato per l'uscita.
- procedere nello stesso modo per gli altri nervi ed, infine, uscire con l'ago a 1,5-2 centimetri dal piede del fascicolo e formare le catenelle.
L'ultima osservazione riguarda gli elementi metallici che ornano le coperte in pelle. Il loro restauro prevede l'eliminazione dei prodotti di corrosione, l'integrazione di parti mancanti e la pulitura.
Per la pulitura, che comunque non deve essere mai radicale, si utilizzano mezzi abrasivi, come spazzole morbide, trapani microrotanti muniti di setole o di tamponi di ovatta e ultrasuoni. In quest'ultimo caso i metalli sono dapprima immersi in una vasca ad ultrasuoni contenente dei tensioattivi - dove il calore viene regolato fra gli 80° e i 100°C - e poi risciacquati in acqua deionizzata. Si utilizzano, inoltre, paste abrasive specifiche per ogni tipo di metallo.




