Dal papiro al libro a stampa

DAL PAPIRO AL LIBRO A STAMPA: L'EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA CON RIFERIMENTO ALLA PRODUZIONE DEI PADRI VERGINIANI DI MONTEVERGINE. Itinerario storico-iconografico.

La storia della Biblioteca Pubblica Statale annessa al Monumento nazionale di Montevergine è strettamente legata a quella del Santuario mariano sorto nel secolo XII  per opera di un pellegrino venuto dal nord, San Guglielmo da Vercelli. I monaci della nuova Congregazione monastica verginiana, fondata dal santo, ben presto avviarono un importante scriptorium, in cui maestri, copisti, correttori, rubricisti, miniatori e rilegatori diedero un valido contributo alla  diffusione della cultura  classica e della storia locale. Un primo gruppo di codici pose le basi per la futura biblioteca che nel 1750 fu trasferita nella attuale sede del palazzo abbaziale di Loreto di Mercogliano, e si è andata sempre più ampliando e qualificando. Anche i monaci verginiani di Montevergine hanno avuto dunque una parte importante nell’evoluzione della scrittura e per questo motivo si è dedicata una mostra alla produzione del loro scrittorio.

Nel dare inizio a questo viaggio storico-iconografico sul materiale scrittorio e l'evoluzione della scrittura, bisogna dire che l'uomo fin di tempi antichissimi ha avvertito la necessità di tramandare testimonianze che attestassero la sua vita e la sua attività tracciando segni primitivi di scrittura, i geroglifici, sulle pareti delle caverne. Segni che, parallelamente alla evoluzione dell'uomo e della sua cultura, si sono andati trasformando fino all'attuale scrittura.

Nei diversi secoli vario è stato il materiale scrittorio utilizzato: tavole di pietra, cocci, tavolette cerate, tavolette di argilla, tavolette di legno, foglie di palma, papiro.  La scrittura, presso i popoli antichi, serve solo ed unicamente per assicurare la conservazione di documenti necessari  alla vita pubblica e privata:  poche sono le opere letterarie scritte su materiali così pesanti che ne rendono impossibile la circolazione tra le persone, basti pensare ai poemi di Esiodo (IX sec. a. C.) scritti su  tavole di piombo. 

I documenti esposti (vetrina 1) rappresentano due materie scrittorie forse tra le più facili da utilizzare e più leggere per la diffusione del documento. Il primo (riprodotto in fotografia) è un manoscritto su foglie di palma risalente al  XVIII secolo, anche se dell'uso di scrivere su tale materia parla già Plinio nei suoi libri. Il secondo è una riproduzione fotografica del papiro, che risale al  III secolo a. C.; la foglia di papiro trasformata in carta diviene la materia più usata per la scrittura in Grecia e a Roma. I fogli di papiro sono di varia grandezza e si ottengono dal fusto della pianta, fiorente lungo le rive del Nilo, tagliato in strisce sottilissime  in   senso longitudinale, accostate le une alle altre, bagnate nel fiume, incollate trasversalmente con colla ottenuta mescolando in acqua bollente ed aceto fior di farina. Il foglio, così ottenuto,  fatto essiccare al sole e spalmato con olio di cedro, per far aderire meglio la scrittura, è pronto per l'uso. I fogli di papiro, incollati tra loro unendo il margina destro di ciascun foglio con quello sinistro del seguente, e arrotolati sono la prima forma di libro antico detto dai greci tomos o cilindros e dai latini volumen o rotulus.

Risale  al II secolo a. C. in Pergamo, nell'Asia Minore, l'uso della pelle di animale per la scrittura. A detta di Plinio il vecchio,  citato da Varrone, essendo i sapienti di Pergamo venuti in rivalità con quelli di Alessandria, questi ultimi impedirono che fosse spedito a Pergamo del papiro, che era realizzato principalmente nella loro città; sicché gli artigiani di Pergamo furono costretti a cercare una nuova materia per scrivere, di qui  la geniale intuizione di lavorare pelli di animale per farne pergamene.

Questa è naturalmente solo una tradizione, perché l'uso delle pelli per la scrittura rimonta nell'Asia minore ad una più alta antichità; infatti il cuoio era già usato dagli egizi, dagli ebrei, dagli Assiri, dai persiani, dai greci.  È possibile, però, che si sia trovato effettivamente a Pergamo, sotto Eumene II Sotere (re di Pergamo dal 197 al 160 9 a.C.) un sistema per migliorarne la preparazione, altrimenti non si potrebbe spiegare come gli antichi abbiano dato a questa materia il nome di pergamena o parcimino, che significa appunto membrana di Pergamo. Si utilizza,  in generale,  pelle di montone, bue o capra che, ben raschiata, immersa in acqua calda per sgrassarla, messa ad asciugare, strofinata con creta in polvere, è infine pulita con pietra pomice. Questa  materia così ottenuta è atta a ricevere la scrittura, Ha una superficie liscia, solida e può essere  adoperata da tutte e due le parti. Si conserva meglio del papiro, reagisce bene all'influenza degli agenti esteriori e a differenza del papiro sopporta la cancellazione; infatti si trovano fra i manoscritti su pergamena, specie nel  Medioevo, numerosi palinsesti,  cioè manoscritti su cui la primitiva scrittura è stata raschiata per scrivere un nuovo testo.

L'archivio annesso alla Biblioteca di Montevergine è ricco di oltre settemila pergamene conservate in apposite cassettiere metalliche, tutte inventariate; i documenti dall’anno 947 al 1210, per un totale di milletrecento pergamene sono state già trascritte nel Codice diplomatico verginiano, imponente opera tuttora in corso, ad opera dell'attuale direttore della biblioteca,  p. Placido Mario Tropeano, esperto di paleografia latina medioevale.

La pergamena esposta (vetrina 2) risale al XIII secolo; si tratta di una copia eseguita dal notaio Simone di Maddaloni dall'originale del 1126, Privilegio de Giovanni vescovo di Avellino a S. Guglielmo. In essa si legge che il vescovo di Avellino, Giovanni, concede, su richiesta di un religioso di nome Guglielmo che ha costruito un ospizio, una chiesa ed un monastero sul monte detto Vergine, l'esenzione dalla giurisdizione episcopale.

Dopo la pergamena fa la sua comparsa il codice, che è un libro scritto o copiato a mano dall'amanuense che gli conferisce un vero valore artistico abbellendolo con miniature. La biblioteca di Montevergine conserva ben ventuno codici dei quali risulta difficile dire quale sia uscito dallo scrittorio verginiano. Di certo questo scrittorio è stato il più importante del Mezzogiorno dopo quello di Montecassino, e qui eremiti e cenobiti del Partenio hanno dato lustro alla scrittura beneventana, gotica, umanistica.

La Biblioteca di Montevergine non poteva non possedere il manoscritto della vita e delle opere di san Guglielmo. La riproduzione fotografica esposta (vetrina 3) è tratta dal preziosissimo codice Legenda de vita et obitu sancti Guilielmi confessoris et heremite,  ulteriormente impreziosito da una bella legatura in marocchino rosso bruno con fregi in oro. Numerose sono state le edizioni del manoscritto nel corso dei secoli, da quella cinquecentesca di Felice Renda (1581), a quella di Paolo Regio del 1584, a quella più famosa curata dall'abate Giordano nel 1643, per finire a quella, la più accurata e rigorosa, del padre Giovanni Mongelli del 1979. La Legenda (preferiamo la grafia latina, anziché quella corrispondente italiana, perché indica più esattamente il ristretto della vita di un santo e in particolare le lezioni del suo ufficio) è frutto dell'opera di più d'un biografo, tutti comunque vicini al santo e sicuramente suoi discepoli; tra questi, il più venerato da san Guglielmo, Giovanni da Nusco, ispirò quasi certamente la seconda parte della Legenda; di particolare interesse e di grande suggestione sono i miracoli attribuiti al santo. Questo manoscritto fu  scritto tra il primo e il secondo decennio del 1200 e la seconda metà del secolo.

PsalteriumRisale invece al secolo XV  il Psalterium Davidis (vetrina 3), contenente i primi centoquarantesi salmi del re David. La bella legatura in pelle rossa, con fregi in oro, è del secolo XIX. Si tratta di uno splendido esemplare in scrittura  umanistica con miniatura rinascimentale di scuola napoletana. Le carte esposte in fotografia danno risalto alla fine e artistica opera dei miniatori; sono fogli miniati a piena pagina e raffigurano l'albero genealogico di Jesse e di re David che suona il salterio ai piedi di un cedro, nella due fasce laterali sono inseriti due medaglioni con le armi della famiglia d'Ayerbo che forse ne fu la committente. Le lettere iniziali dei singoli salmi sono tracciate in oro zecchino con decorazioni rosso mattone e azzurro mentre le iniziali dei versetti in oro zecchino con filettature viola.    Solo nel XII secolo la carta, portata dalla Cina in Europa, comincia a sostituire la pergamena e diviene d'uso corrente e generale, mentre bisogna attendere la seconda metà del XV secolo per l'invenzione della stampa.

È il tedesco Giovanni  Gensfleich detto Gutemberg a realizzare un  sistema meccanico per l'impressione dei caratteri su carta. Nascono così gli incunabula,  termine  che deriva dalla locuzione latina  in cuna, usata nel '700 dai bibliofili  per indicare i primi prodotti dell'arte tipografica appena nata, cioè ancora in culla.

Gli incunabuli, come gli antichi manoscritti, presentano diverse caratteristiche quali l'assenza del frontespizio e della numerazione delle pagine; la stampa viene effettuata su carta robusta e ruvida e a volte anche su pergamena. Assicelle di legno ricoperte di pelle, fissate con cordicelle o strisce di cuoio costituiscono la rilegatura detta anche rilegatura monastica. La Biblioteca di Montevergine possiede alcune pregiate edizioni del XV secolo che rivestono particolare interesse bibliografico, sia per la loro rarità sia per il loro ottimo stato di conservazione.      

La prima pagina del  Libro d'ore, incunabulo del 1498 (vetrina 4), raffigura un uomo e una donna rivestiti di foglie, che in una mano stringono un ramoscello e con l'altra sorreggono uno stemma che pende  da un albero, sul quale si notano  palme e pigne. Tutto il testo è incorniciato da una fascia laterale con riquadri e silografie. Le iniziali sono state aggiunte dall'amanuense servendosi dell'oro, del rosso mattone e dell'azzurro.  Numerose miniature sono inserite nel testo. Le decorazioni negli incunaboli riguardano soprattutto le iniziali, le illustrazioni e le marche tipografiche. Le prime sono a volte lasciate in un rettangolo in bianco perché poi vengono decorate dall’amanuense.

Ciò si evidenzia nell'esemplare della Bibbia, dove la lettera iniziale di ogni capoverso è miniata. Sono presenti anche numerose postille e disegni marginali relative al contenuto.

Il Cinquecento si può considerare il secolo d'oro della stampa, si creano nuovi caratteri, si modificano formati, generi di legature e di decorazioni. La stampa  ha un grande sviluppo e l'Italia  ne acquista un vero e proprio primato. Questo progresso è favorito anche dal rigoglio degli studi sia nel campo letterario che in quello scientifico. Umanesimo e Rinascimento alimentano il bisogno di riprodurre antichi testi e i nuovi movimenti religiosi ed intellettuali se ne servono come mezzo di diffusione  della cultura rinascimentale. Il libro acquista requisiti di bellezza, perfezione tecnica ed armonia di caratteri e di illustrazioni. Alcune città italiane, come Venezia e Firenze, favorite dal benessere economico, divengono i più importanti centri librari italiani.

La Biblioteca di Montevergine possiede più di 1300 edizioni del XVI secolo e partecipa al programma di censimento delle edizioni del XVI secolo delle biblioteche pubbliche statali. L'esemplare esposto (vetrina 5) è pubblicato dai  Giunti, famosi tipografi originari di Firenze; si evidenzia la loro marca tipografica, il cosiddetto giglio fiorentino e il registro (sistema di numerazione delle pagine usato dal legatore per  ricomporre  il  libro diviso all'inizio in foli, quaterni quinterni, a seconda della piegatura del foglio). 

Il Seicento è un secolo di decadenza anche per l'arte tipografica. Alla bellezza  e all'armonia dei caratteri, tipiche dei secoli precedenti, si sostituisce una preziosità esteriore che consiste nel sovraccaricare di fregi e di rifiniture gli esemplari e nel dare ai frontespizi un artificioso complesso di motivi e allegorie. Ciò si evidenzia nel frontespizio delle Croniche di Montevergine dell'abate Giovanni Giacomo Giordano (vetrina 5).

Moltissime sono le edizioni del XVII secolo conservate in biblioteca, alcune di particolare interesse locale, come quelle dell'editore Cavallo  di Napoli che nel periodo della peste (fine '600) trasferì la sua tipografia a Mercogliano  in locali  dell'abbazia di Loreto offertigli dai monaci.

La ripresa dei valori umani nel XVIII secolo promuove anche la ripresa tipografica. In Italia letterati e tipografi a un tempo si  impegnano nell'apportare un miglioramento tecnico ed estetico del libro; molte tipografie editano testi di cultura classica e moderna di grande pregio. A Firenze Domenico Manni stampa i sei volumi del Vocabolario degli accademici della Crusca (1729-1738); a Roma Giovan Giacomo Komarek edita la prima edizione romana della Divina Commedia (1791); a Lucca Ottaviano Diodati attua la prima ristampa italiana della famosa Encyclopédie di Diderot e D'Alembert.

A Venezia Albrizzi, Pasquali, Zetta  dal 1745 fino alla fine del 1700 editano le splendide edizioni illustrate dell'Ariosto, Tasso, Goldoni. Gianbattista Bodoni, compositore nella stamperia della Congregazione di Propaganda Fide, disegna i nuovi caratteri (tondo chiaro, corsivo chiaro, tondo neretto, corsivo neretto, tondo nero, corsivo nero) ancor oggi usati.  Diventano sempre più raffinate le legature e le illustrazioni, ad opera di maestri incisori e disegnatori (nella vetrina 5 un’incisione di Montevergine) e nel 1796 è inventata l'arte della litografia a  Monaco  da Aloys Senefelder.

Nel 1800 l'industria del libro raggiunge la sua perfezione grazie alla precisione delle tecniche e ai nuovi mezzi. La stampa non è solo vista come arte ma è un mezzo per divulgare le  nuove ideologie di libertà, di solidarietà e serve per fini politico-sociali: siamo nel periodo dei grandi tumulti storici quando letterati e politici coraggiosi si servono della stampa per  ridestare negli uomini il valore di ideali nazionalistici. È l'età in cui fioriscono iniziative editoriali già iniziate nel secolo precedente, si dedica attenzione ai periodici di larga diffusione e si avvia una fiorente editoria musicale, nascono, insieme a  case editrici specialistiche e tutt'oggi importanti, i primi librari di antiquariato.

Nel Mezzogiorno d'Italia si affermano Laterza a Bari e Pierro a Napoli. L'attività  socio-culturale dei Verginiani è  influenzata in questi secoli dal rinnovamento e dal fermento politico-sociale-economico. Proliferano opere manoscritte e si stampano opuscoli di interesse per la vita della diocesi.   Tra gli oltre trecento manoscritti che costituiscono la produzione inedita dei monaci dalla fine del '600 a tutto il '700, meritano particolare attenzione i due grossi volumi di "platee" con disegni acquarellati dall'agrimensore beneventano Bartolomeo Cocchi che alle singole particelle aggiunge il compasso per precisare l'unità di misura usata  e lo stemma dell'abbazia per indicarne le proprietà (vetrina 6): si tratta di vere e proprie mappe catastali che Cocchi redasse per censire i possedimenti dell’Abbazia di Montevergine.

Il XX secolo è il periodo delle grandi conquiste nel settore tecnologico e la stampa diventa il mezzo più popolare di comunicazione. I sopravvenuti strumenti meccanici, la rotativa, la linotipe, l'incisione fotochimica, la fotolito, la tricromia,  conferiscono al libro forme, carattere, bellezza, arte diverse. La velocità di stampa e la quantità maggiore di tiratura dello stesso volume ne fa diminuire il costo  e rende il libro un bene di facile consumo e accessibile a tutti.

Oltre ad edizioni rare e di pregio si immettono sul mercato librario edizioni commerciali come i tascabili, per cui si può affermare che oggi con le nuove tecniche che ha a disposizione, l'editoria riesce a soddisfare tutte le esigenze dei lettori. In questo contesto l'attività  dei monaci si rivolge ad altri settori,  particolarmente alla storia locale. Religiosi come il compianto padre Giovanni Mongelli e il padre Placido Mario Tropeano, attuale direttore della biblioteca, si sono dedicati e si dedicano ancora adesso allo studio delle carte d'archivio e, sulla base di questi documenti  conservati nella loro casa madre, ricostruiscono la storia locale e provinciale, evidenziando l'importanza che l'ordine benedettino di Montevergine ha assunto nei vari secoli. I loro lavori vengono stampati  sia da tipografi locali come Pergola, che da editori napoletani fino agli anni '70, quando iniziano le edizioni  dei Padri Benedettini. All'attuale direttore della biblioteca,  padre Tropeano, si deve,  in provincia, l'attuazione del Servizio nazionale di lettura, istituito nel 1951 dal Ministero della pubblica istruzione, e l'istituzione del Centro rete.

I testi in bacheca  esposti (vetrina 7) rappresentano solo in parte la produzione recente dei Padri verginiani. Il primo, Montevergine nella storia e nell'arte è il terzo volume della collezione Civiltà del Partenio, opera in cui l'autore ha voluto tracciare una esauriente storia del Santuario  e della casa abbaziale di Loreto, evidenziando l'importante ruolo svolto dalla biblioteca nell'ambito culturale del Mezzogiorno d'Italia. Il Codice Diplomatico Verginiano, opera ancora in corso, è un lavoro imponente di trascrizione  e descrizione delle pergamene conservate nell'archivio. Ad oggi sono stati pubblicati i primi tredici volumi, in cui sono state trascritte e commentate le pergamene dal 947 al 1210.